Nuovi pozzi di acqua potabile per il Burkina Faso - 2014

Altri due pozzi di acqua potabile in Burkina Faso

Entrare in Burkina Faso…

Entrare in Burkina Faso questo gennaio, a due mesi dal colpo di Stato e quasi altrettanti dal momento di più alta virulenza dell'ebola in due, tre Stati limitrofi, ha svuotato di uomini occidentali i pochi aerei che arrivano a Ouagadougu e intensificato alcune misure sanitarie e militari negli aereoporti.

L'ingresso: prima una obbligata disinfettata alle mani da un apposito apparecchio, poi una carrellata su ogni persona tramite un termografo a infrarossi per rilevare la temperatura dei passeggeri appena sbarcati, quindi la compilazione di documenti sanitari e amministrativi abbastanza stringenti: "quali Stati hai visitato, conosci l'ebola….. hai mai avuto questi sintomi di recente…. e giù una sfilza di malanni."

E, passate poi le forche caudine di tutte le valige aperte, si entra in Burkina…… dove ad attenderti non c'è un taxi che sia uno, tanto si sa da due o tre mesi bianchi non ne giungono!

Fortuna che suor Honorine, col suo Doblò Fiat blu, è stata di parola, nonostante sia l'una e mezza di notte, sta lentamente entrando nel parcheggio dell'aeroporto, per accompagnarmi alla foresteria della sua missione.
Dopo due giorni sono a Bittongou, villaggio rurale a metà tra la capitale e il Togo a verificare e inaugurare un pozzo fermo da due anni di cui la Banca Popolare Valconca ha finanziato la rimessa in funzione che ora, prendendo acqua da 45 metri sotto terra la getta fuori fresca e purissima per almeno seicento persone che da mesi aspettavano questo momento. Le donne accolgono l'ospite con danze ritmate dal battito delle mani e nenie con alte grida, poi il capo di un villaggio ringrazia e ringrazia e ringrazia l'amico italiano che si è ricordato di loro oltre ai bimbi che attingono subito all'acqua.

Mi colpiscono le tantissime api mellifere assetate anch'esse, che accorrono in gran numero sull'acqua appena sparsa per terra.

Dopo alcuni giorni, fatti più di trecento chilometri verso nord, con due belle forature nonostante le grosse gomme del pick-up, giungo al villaggio di Louda Peulh, che come dice il nome indica una zona abitata dalla etnia Peulh, nomadi del deserto che, senza fissa dimora migrano con le loro greggi e i loro commerci tra Burkina, Mali e Senegal senza alcun passaporto.

Il pozzo che la nostra Banca Popolare ha donato "a nuovo" era fermo da due anni e mezzo e pescando acqua da 38 metri sotto terra, ridona una vita un po' più sana ad oltre mille peulh, che si fermeranno ora un bel po' di più, mi dice una guida, trovando acqua abbondante per le famiglie e gli animali da pascolo che curano.

Dopo un abbondante tempo di ringraziamenti e saluti tra tutti - le strette di mano ormai non si contano più – le donne Peulh nei loro vestiti coloratissimi iniziano a danzare formando tre gruppi diversi e , con le mani battono ritmi sui bidoni verdi e gialli che tra poco saranno colmi di acqua fresca.

V.W.